I partigiani azzurri: resistenza bianca, liberale e monarchica

April 22, 2020

Articolo pubblicato anche su italianimonarchici.it

 

Composta da tutti quegli italiani che al di là della caduta del regime hanno scelto la via della Liberazione, la Resistenza italiana ha avuto varie anime, alcune delle quali troppo spesso dimenticate o peggio accantonate, escluse per precise scelte ideologiche.

 

 

Spesso infatti si assiste all’emarginazione, tra i libri di storia come tra i banchi delle conferenze, di quegli italiani detti partigiani azzurri, o bianchi. Anche allora vi erano dissapori; gran parte delle formazioni più rivoluzionarie dei fazzoletti rossi (oltre che i fascisti) appellavano dispregiativamente questi partigiani con l’epiteto di badogliani: essi erano infatti particolarmente sensibili all’autorità del governo legittimo, presieduto dal Generale Badoglio sin dall’arresto di Mussolini da parte del Re, a Villa Savoia, il 25 aprile 1943.

 

 

 

Si trattava di sinceri amanti della Patria che rifiutarono la diserzione, lo sbando e la logica del “tutti

 

a casa”, innamorati com’erano di quel paese dal vivo profumo risorgimentale che avevano conosciuto e apprezzato prima del Fascismo e per il quale i loro padri avevano già combattuto durante la Grande Guerra, spesso dando la vita, solo vent’anni prima, sulle pietraie del Carso, sull’Isonzo e sul Piave.

 

Queste formazioni partigiane erano di carattere peculiarmente liberale o conservatore, spesso peraltro di pura tradizione militare: molti erano infatti militari del Regio Esercito che dopo il ritorno dalle campagne di Russia e Francia si erano rifiutati di consegnare le armi alle forze nazi-fasciste della Repubblica Sociale Italiana, la quale dal 23 settembre 1943 occupava il Nord Italia, tenendole per loro al fine di contribuire alla lotta per la liberazione della Patria.

 

 

 

Solo un candido fazzoletto azzurro sistemato intorno al collo li poteva distinguere dai fratelli del Sud, loro compagni d’arme del Regio Esercito.

 

Questi ultimi erano infatti rimasti regolarmente sotto l’indirizzo diretto del Re Vittorio Emanuele III e del Governo Badoglio, insediatisi a Brindisi. Saranno inquadrati in unità come il Corpo Italiano di Liberazione (CIL), nato nel marzo del 1944 sotto il Generale Umberto Utili e successivamente integrati, sotto il comando del Generale Paolo Berardi, in diverse altre divisioni, combattenti in qualità di esercito cobelligerante italiano a supporto ufficiale delle forze Alleate anglo-americane nella guerra di liberazione.

 

 

 

 

Il repentino trasferimento a Brindisi del Governo, del Re e della Corte, unitamente allo Stato Maggiore, fu costretto dalla veloce avanzata tedesca verso la capitale ma soprattutto dall’imprevisto annullamento dell’azione aviotrasportata alleata su Roma che avrebbe realmente potuto difendere la Capitale, altrimenti destinata con ogni probabilità ad essere celermente occupata, rendendo prigionieri gli organi dello Stato.

 

 

Molte furono le discussioni a posteriori su questa mossa disperata dei vertici italiani, additata di codardia dal fascismo così come da una certa partigianeria di parte. Persino il Principe Umberto, com’è noto, vi si oppose, chiedendo di rimanere a Roma al Re suo Padre, senza successo. Si trattava infatti dell’unica soluzione possibile, per quanto amara. Rimarrà a Roma il Conte Calvi di Bergolo, genero del Re, con lo specifico compito di presiedere e preservare per quanto possibile la Città Eterna e i suoi abitanti.

 

 

 

 

Già il giorno dopo la partenza del convoglio governativo e reale la situazione riaffermava la propria drammaticità.

 

Alle prime luci Ponte della Magliana si vedeva assediato dalle forze naziste, difeso come possibile dalle eroiche gesta dei civili, coordinati da un neonato Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), fondato il giorno stesso, nonché col valore di personalità come quella del Capitano Orlando De Tommaso, caduto alla guida di un manipolo di allievi carabinieri. Anche i Granatieri di Sardegna, i Lancieri di Montebello e la Sassari come l’Ariete e la Centauro contribuirono alla difesa della capitale nel resto delle zone urbane, fino alla sua inevitabile capitolazione i giorni successivi.

 

 

 

Fu in questo clima che a Roma si costituì, oltre il già citato CLN, il così detto Fronte Militare Clandestino, ai comandi dell’eroico Colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo. Questa organizzazione bianca avrebbe poi funto da collegamento militare tra il Governo del Re, Roma e la Resistenza, nonché gli Alleati, anche per tramite del Servizio Informativo Militare (SIM) del Generale Giacomo Carboni, operando non solo a Roma ma in tutto il Centro Italia. Per queste ragioni fu assai invisa alla Gestapo. Rilevante da questo punto di vista il Nucleo Informativo coordinato dal Colonnello Ugo Luca per conto del Fronte Resistenziale dei Reali Carabinieri di Roma, noto poi come “Banda Caruso” dal nome del direttore, il Generale in pensione Filippo Caruso, il quale tutto fece per garantire il futuro assetto della Capitale a favore del suo Re[11].

 

Le Fosse Ardeatine macchieranno anche del sangue di questi carabinieri il suolo romano. Il vicebrigadiere Salvo d’Aquisto avrà già sacrificato la sua vita quando il 24 marzo 1944 gli occupanti nazisti faranno strage di centinaia di civili per rappresaglia in via Ardeatina a Roma, facendo tanti caduti anche tra i militari bianchi, come peraltro lo stesso Lanza di Montezemolo, poi decorato con una postuma Medaglia d’Oro al Valor Militare:

 

«Ufficiale superiore dotato di eccezionali qualità morali, intellettuali e di carattere, dopo l'armistizio, fedele al Governo del Re ed al proprio dovere di soldato, organizzava, in zona controllata dai tedeschi, un'efficace resistenza armata contro il tradizionale nemico. Per oltre quattro mesi dirigeva, con fede ed entusiasmo inesauribili, la attività informativa e le organizzazioni patriote della zona romana. Con opera assidua e con sagace tempestività, eludendo l'accanita vigilanza avversaria, forniva al Comando Supremo alleato ed italiano numerose e preziose informazioni operative, manteneva viva e fattiva l'agitazione dei patrioti italiani, preparava animi, volontà e mezzi per il giorno della riscossa, con una attività personale senza soste, tra rischi continui. Arrestato dalla sbirraglia nazifascista e sottoposto alle più inumane torture, manteneva l'assoluto segreto circa il movimento da lui creato, perfezionato e diretto, salvando così l'organizzazione e la vita ai propri collaboratori. In occasione di una esecuzione sommaria di rappresaglia nemica, veniva allineato con le vittime designate nelle adiacenze delle catacombe romane e barbaramente trucidato. Chiudeva così, nella luce purissima del martirio, una vita eroica, interamente e nobilmente spesa al servizio della Patria — Roma, Catacombe di S. Calisto, 24 marzo 1944»

 

A Nord invece i nostri partigiani non erano ancora tanto organizzati. Operavano l’uno autonomamente dall’altro, senza coordinamento. Di organizzata vi era solo ciascuna delle loro strutture interne di comando, costruite sulla vecchia gerarchia militare sotto cui molti di questi partigiani avevano servito, quindi i suoi gradi e le sue funzionalità. Un esempio di tutto ciò è sicuramente dato dalla primissima “banda autonoma” cuneese, gruppo armato azzurro al comando del Tenente Ignazio Vian, successivamente caduto in guerra. Lo ricorda la motivazione della sua Medaglia d’Oro al Valor Militare:

 

«Primo fra i primi, organizzava il fronte della resistenza in Piemonte affrontando in campo aperto il tedesco invasore ed assumendo quindi la condotta della più epica battaglia della guerra partigiana tra gli incendi e le rovine di Boves, dove, chiamati a raccolta col suono delle campane i suoi volontari, in quattro giorni di dura lotta li incitava alla riscossa con la parola, l'esempio e il suo strenuo valore. Caduto in mano al nemico, con stoicismo sopportò le torture più atroci pur di non tradire i compagni di lotta. Sereno e cosciente salì al capestro nel nome d'Italia, martire della libertà, santo dell'idea — Boves, 9 settembre 1943 - Torino, 22 luglio 1944»

 

 

 

Altre formazioni azzurre sono state la Divisione Pasubio di Marozin detto Vero, la Fumagalli di Dotta, l’Ortigara, guidata da Chilesotti, o anche quella comandata dal Ten. Colonnello Carlo Croce, bersagliere, che aveva costituito il gruppo militare “Cinque Giornate” presso le vecchie fortificazioni della Linea Cadorna di Cascina Fiorini, risalenti alla Prima Guerra Mondiale. Da questo luogo la formazione di Croce diede vita ad una delle prime vere e proprie battaglie dell’intera resistenza italiana: la battaglia del San Martino, iniziata già il 15 novembre 1943, da cui Croce uscirà infine catturato. Agli aguzzini delle SS pur di non tradire non ripeterà che “il mio nome è l’Italia”, fino alla morte.

 

 

 

Rimarrà invece più coinvolto dalle autorità del Sud il poi famoso militante liberale Edgardo Sogno, anche lui Medaglia d’Oro al Valor Militare. Allora Tenente del Regio Esercito, dopo l’8 settembre decise che non gli rimaneva che mettersi in contatto col Governo del suo Re. 

Così riuscì a mettere in piedi una resistenza decisamente più organizzata, fondando nell’inverno del 1944 l’Organizzazione Franchi, fortemente legata alle attività governative così come al Secret Intelligence Service (SIS), ossia l’MI6 britannico.

 

 

 

Riparacadutato a Nord dagli stessi inglesi, in una rocambolesca azione notturna sul lago di Viverone, Edgardo Sogno saprà allestire una spessa rete spionistica, arrivando a prendere contatti persino con la particolarissima Xa Flottiglia di J.V. Borghese che con la Brigata Osoppo. Quest’ultima, famosa brigata cattolica e laico-socialista, operava in Friuli-Venezia Giulia contrastando non solo il nazi-fascismo ma anche i desideri annessionistici jugoslavi portati avanti dai partigiani comunisti; tracui purtroppo c’erano anche italiani (come caldeggiato da Togliatti stesso), sotto l’egida del maresciallo Tito, il cui nome sarà poi indissolubilmente legato i tristissimi “quaranta giorni” di Trieste e di Gorizia così come a quello dei massacri delle Foibe.

 

Sogno segnerà poi una linea netta di demarcazione tra un antifascismo così prettamente detto anti-totalitario, come quello suo o quello osovano, e un antifascismo detto invece rivoluzionario, impegnato non solo nella lotta contro la dittatura fascista ma al contempo alla più veloce imposizione di un nuovo assetto derivato dai propri credi politici e ideologici[4].

 

 

 

 

 

Ad ogni modo sarà per questi suoi propositi così fieramente patriottici che l’Osoppo troverà poi la morte nei tragici e controversi avvenimenti dell’eccidio delle malghe di Porzûs, a Faedi, in Friuli Orientale, 1945. Qui un’imboscata fratricida delle forze gappiste di matrice comunista (Brigata Garibaldi-Natisone politicamente dipendenti dal IX Korpus Sloveno, titino) farà strage di osovani sotto il comando di tale Mario Toffanin, detto Giacca, che fuggirà successivamente in Jugoslavia per evitare l’ergastolo e lì decorato al valore. Sarà una delle pagine più buie della resistenza italiana e del travagliato corso del nostro confine orientale, che si vedrà nel tempo strappare l’Istria, Fiume e la Dalmazia.

 

 

 

Comandava l’Osoppo, all’epoca, l’ufficiale alpino del Regio Esercito Francesco de Gregori, nome di battaglia Bolla. L’omonimo cantautore italiano, suo nipote, gli avrebbe dedicato poi queste parole, sulle note dell’inno friulano Stelutis Alpinis, per la memoria nell’eccidio: 

 

«Se un mattino tu verrai fino in cima alle montagne / troverai una stella alpina che è fiorita sul mio sangue. / Per segnarla c'è una croce, chi l'ha messa non lo so, / Ma è lassù che dormo in pace e per sempre dormirò» 

 

Sogno e l'Osoppo incroceranno di nuovo i loro destini anche più avanti, quando nel dopoguerra queste frizioni ideologiche tra destra e sinistra si esaspereranno in un clima di conflitto permanente: la ricostituita Osoppo-Friuli del Col. Olivieri si unirà al comando del Gen. Maurizio Lazzaro de Castiglioni, V COMILITER, e convergerà, parallelamente ad altri progetti, come quelli del Ministro Scelba e Sogno di “Pace e Libertà” e degli “Atlantici d’Italia” (rimasti confinati nel propagandismo), nella così detta Organizzazione “O” (iniziale dell’Osoppo), d’addestramento SIFAR del Gen. Musco in Sardegna, nucleo iniziale di una stay behind più ampia.

 

 

Ad ogni modo, facendo un passo indietro, si noti come gli osovani fossero per lo più alpini, portavano per questo un fazzoletto verde al collo. Gran parte delle unità della resistenza dovettero essere d’impronta alpina, per meglio adattarsi all’impervia guerriglia delle zone montuose del Nord Italia, che era il teatro di lotta dei partigiani.

 

 

 

In questo contesto si distinse peraltro la futura Regina Maria Josè. La sposa del Principe Umberto aveva riparato in Svizzera insieme ai Principini suoi figli, colta di sorpresa al Castello di Sarre, in Valle d’Aosta, il giorno dell’8 settembre.

 

Da qui la Principessa di Piemonte riuscì, nonostante la severa sorveglianza delle autorità elvetiche, a prendere contatti con la resistenza, oltrepassando più volte il confine ed aiutando in più occasioni i partigiani nella staffetta del trasporto di casse di armi, approvvigionamenti e munizioni, mettendo a rischio la propria stessa incolumità. Saranno poi sempre i partigiani a farla rientrare rocambolescamente in Italia sul finire della guerra, per ricongiungersi, dopo oltre due anni, col marito.

 

 

 

 

 

Come la loro Regina faranno poi anche altre migliaia di donne, collaborando con la resistenza e portando avanti anche incarichi di vitale importanza. Tutti noi ricordiamo Nilde Jotti, la partigiana comunista che sarà poi la prima donna ad essere eletta Presidente della Camera dei Deputati, ma migliaia sono state anche le donne impegnate nella resistenza liberale e, sì, anche monarchica. Un grande esempio può essere sicuramente quello del gruppo dell’Alcazar di Novedrate[9], nel comasco, che diverrà poi un grande centro resistenziale bianco e dove personalità come la baronessa Cristina Casan, Costanza Taverna o Giuliana Benzoni si faranno valere, gettando nel contempo le basi per una liberazione più personale, finendo col vivere già quell’emancipazione che nel dopoguerra varrà per la democratizzazione di tutto il Paese.

 

La formazione forse più grande della resistenza bianca durante la guerra, tra le tante altre, rimane probabilmente quella organizzata da Mauri, nome di guerra del Maggiore Enrico Martini, degli Alpini, che ne comandava direttamente la 1a Divisione.Attualmente un sacrario del gruppo divisioni alpine Mauri è visitabile sul monte di San Bernardo, vicino Mondovì, Piemonte, costruito nel 1947 ed ospitante oltre ottocento patrioti caduti. 

 

 

 

Durante la guerra questi partigiani azzurri hanno contribuito alla liberazione di buona parte del Piemonte, le così dette Langhe meridionali, della Liguria con Savona e della stessa Torino, città ab antiquo cara ai Savoia. Essi diedero anche grande prova di generosa e responsabile collaborazione con le forze anche a loro ideologicamente più ostili nella pur breve esperienza, nell’ottobre del 1944, della Repubblica Partigiana di Alba, liberata da Mauri, comandata dal Tenente Carletto Morelli e governata in unione alle forze politiche partigiane del CLNAI, il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia gestito, ricordiamolo, dall’importante esponente liberale lombardo Alfredo Pizzoni.

 

Per lunga parte della guerra infatti, come abbiamo detto, le formazioni bianche operarono autonomamente, anche rispetto al CLN, non avendo nel suo seno nessuna rappresentanza. Si inserirono così ben presto tra le così dette formazioni autonome militari, tenendo chiara la «rivendicata e affermata apoliticità del compito e del traguardo: prosecuzione del dovere di servire il governo dello stato per fedeltà al giuramento prestato al Re e la partecipazione alla guerra per la liberazione della Patria»

 

Durante la guerra però, come naturale, l’esigenza di un più organico coordinamento li portò a stringersi intorno al CLN, ma solo quando il Governo Bonomi nominerà il Generale Raffaele Cadorna al comando del Corpo Volontari della Libertà (CVL), braccio armato del comitato di liberazione nato nel giugno 1944 per meglio coordinare l’azione militare della resistenza.

 

 

 

Il Generale Cadorna, pur moderato, formò una direzione a tre coi suoi predecessori azionisti e comunisti Ferruccio Parri “Maurizio” e Luigi Longo “Gallo” ma il suo coraggio, le virtù militari, la fedeltà e naturalmente la storia che già portava alle spalle dalla nascita, tra il padre nella Grande Guerra e l’omonimo nonno nella Breccia di Porta Pia, ben si inserivano nella visione delle formazioni bianche e sicuramente fecero la loro nell’ingresso degli azzurri presso il comando generale resistenziale, con la rappresentanza del liberale veneto Mario Argenton, anch’egli ufficiale del Regio Esercito. Da tutt’altra parte faceva il suo ingresso al comando anche il democristiano Enrico Mattei, futuro presidente dell’ENI.

 

Questi ultimi due saranno rispettivamente fondatori di due associazioni partigiane nate per scissione dall’ANPI nel 1948; la Federazione Italiana Volontari della Libertà (FIVL) e l’Associazione Partigiani Cristiani (ANPC).

 

Ma, tornando a noi, il comando militare ufficiale della resistenza era dunque in mano a Cadorna, con buona pace del Principe Umberto. Il Principe di Piemonte, animato dalla stessa inclinazione della moglie, sognava infatti di mettersi personalmente alla testa del movimento di liberazione, o comunque desiderava ardentemente esporsi in prima linea nella guerra in corso, come più volte aveva dimostrato sul fronte francese ed in altre occasioni, animato com’era dal senso del dovere, del servizio e del riscatto Suo ma soprattutto di quello della tanto amata Patria.

 

 

 

 

Chiese più volte di rimanere a Roma prima di doverla lasciare, di farsi mettere al comando di qualche unità operativa, persino di paracadutarsi in zona nemica. Gli fu sempre doverosamente detto di no, a causa dell’importanza del suo ruolo. Ma il futuro Re non sapeva perdersi d’animo e rimase comunque quanto più attento agli avvenimenti militari, facendo una splendida impressione sugli alleati, soprattutto britannici, portando avanti quello che lui considerava un dovere, il suo massimo dovere, per quanto gli veniva concesso di fare.

 

 

 

 

Troppo poco noto è ad esempio l’episodio del suo volo sopra Monte Cassino già alla vigilia della battaglia di Montelungo dell’8 dicembre 1943, quando si offrì coraggiosamente volontario per una pericolosa missione di ricognizione oltre le linee naziste, del tutto esposto al fitto fuoco dell’artiglieria contraerea tedesca.

 

Per questo fatto d’arme il Colonnello Edwin A. Walter, comandante americano, propose Umberto persino per la concessione della Bronze Star Medal, che non gli sarà conferita solo per motivi politici. Episodio questo che non può che ricordare la similare proposta del Governo Orlando di conferire la Medaglia d’Oro al Valor Militare a suo Padre Vittorio Emanuele III, nel 1918, che il Re Soldato rifiuterà per evidenziare non il suo, ma il valore che tutti i suoi soldati dimostrarono nella Grande Guerra, episodio altrettanto troppo spesso obliato.

 

 

 

Ad ogni modo quando la guerra avrà veramente fine e la pace vincerà in Italia come nel resto d’Europa sarà Umberto II a firmare il Decreto Legislativo Luogotenenziale, il n.185 del 22 aprile 1946, che sancisce ufficialmente l’istituzione per il 25 aprile della Festa della Liberazione, proprio quella che ancora oggi festeggiamo.

 

 

 

 

 

Questo l’epilogo di una memoria che non dovrebbe mai essere dimenticata, il contributo ed il voto dei monarchici e della monarchia alla causa della nostra Liberazione, alla causa della libertà, della sovranità e del riscatto d’Italia in quello che molti partigiani azzurri della resistenza bianca vissero come un Secondo Risorgimento, oggi fin troppo mancato.

 

 

 

Che questo fazzoletto azzurro dal duplice significato dell’azzurro simbolo delle Libertà e del blu Savoia della fedeltà al Re - che ancora oggi gli ufficiali delle nostre forze armate portano come fascia sull’uniforme e che la nostra associazione porta con onore nella coccarda che è il suo simbolo - permanga sempre orgoglioso tra le migliori pagine della Storia d’Italia.

 

 

Viva la Libertà,
Viva l’Italia,
Viva il Re.

 

 

 

Pietro Fontana

 

 

 

 

 

       articolo pubblicato anche su italianimonarchici.it

Bibliografia

 

 

1. L. Incisa di Camerana, pref. Sergio Romano, "L’Ultimo Re: Umberto II e l’Italia della Luogotenenza", Garzanti, 1996.

2. D. De Napoli, S. Bolognini, A. Ratti, "La Resistenza Monarchica in Italia", Guida, 1985.

3. E. Sogno, L. Marchesi, C. Milan, "Per la Libertà: il contributo militare italiano al servizio informazioni alleato", Mursia, 1995.

4. E. Sogno, A. Cazzullo, "Testamento di un Anticomunista: dalla Resistenza al Golpe Bianco, storia di un Italiano", S&K, 2010.

5. E. Sogno, "Guerra senza bandiera", Il Mulino, 1995.

6. E. Di Nolfo, M. Serra, "La gabbia infranta, gli Alleati e l’Italia dal 1943 al 1945", Laterza, 2010.

7. R. De Felice, "Mussolini l'alleato. II. La guerra civile 1943-1945", Einaudi, 1997.

8. P. Neglie, "Il Pericolo Rosso: comunisti, cattolici e fascisti tra legalità ed eversione 1943-1969", Luni, 2017.

9. R. Pace, "Una vita tranquilla. I liberali e la lotta di Liberazione nazionale nelle memorie di Cristina Casana", Rubbettino, 2018.

10. A. Boldrini, "Enciclopedia della Resistenza", Teti, 1980.

11. A. Portelli, "L'ordine è già stato eseguito", Donzelli, 1999.

 

 


 

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