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Centenario dell'Impresa di Fiume

September 11, 2019

Alla fine della Grande Guerra, la diplomazia italiana, nei tavoli parigini della pace, aveva cercato, senza riuscirvi (e arrivando, nelle persone del Primo Ministro Vittorio Emanuele Orlando e del Ministro degli Affari Esteri Sidney Sonnino a lasciare la conferenza di pace), di ampliare le rivendicazioni chieste alla vigilia dell'entrata in guerra, nel 1915, col famoso Patto di Londra, chiedendo, oltre a Trento e Trieste, l'Istria e la Dalmazia, anche la città di Fiume, che si era spontaneamente sollevata dichiarando la propria italianità con la voce della personalità civica Antonio Grossich, presidente del neo-costituitosi consiglio nazionale italiano.

 

Fu da questo diniego che nacque il termine "Vittoria Mutilata", coniato dal celebre poeta e soldato Gabriele d'Annunzio, il cui eroismo e spirito d'avventura erano già noti da episodi come la Beffa di Buccari (10/11 febbraio 1918) o il Volo su Vienna (9 agosto 1918).

 

 

 In questo periodo di fremiti, allo stesso giunse poi una lettera:

 

«Sono i Granatieri di Sardegna che Vi parlano. È Fiume che per le loro bocche vi parla. Quando, nella notte del 25 agosto, i granatieri lasciarono Fiume, Voi, che pur ne sarete stato ragguagliato, non potete immaginare quale fremito di entusiasmo patriottico abbia invaso il cuore del popolo tutto di Fiume... Noi abbiamo giurato sulla memoria di tutti i morti per l'Unità d'Italia: Fiume o morte! e manterremo, perché i granatieri hanno una fede sola e una parola sola. L'Italia non è compiuta. In un ultimo sforzo la compiremo.»

 

le parole di alcuni ufficiali dei Granatieri di Sardegna, allontanati da Fiume su ordine della conferenza di pace per "irrequietezza" alle sue decisioni.

 

Fu così che il Vate, incitato anche da Grossich, andò incontro al contingente militare guidato dal Maggiore Carlo Reina, che intanto si era ritirato a Ronchi di Monfalcone. divennero i suoi uomini i primi legionari, così avrebbe iniziato a chiamarli D'Annunzio, trovatosi guida della Legione Fiumana, che già s'era costituita nella città irredenta ad opera di Giovanni Host-Venturi e Giovanni Giuriati. Fu per loro che Ronchi prese il nome che conosciamo ancora oggi, Ronchi dei Legionari (GO).

 

Da questa città, incitati anche da Grossich, partì quella che sarebbe poi passata alla storia come l'Impresa di Fiume: l'11 settembre 1919, pur ancora febbricitante, D'Annunzio apriva la Marcia di Ronchi verso la Fiume Irredenta commentando con queste parole:

 

"il dado è tratto. Parto ora. [...] Il Dio d'Italia ci assista. Mi levo dal letto febbricitante. Ma non è possibile differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne miserabile".

 

Durante la marcia il contingente militare, ormai considerato disertore (il fondatore del movimento artistico-culturale del Futurismo, Filippo Tommaso Marinetti, li avrebbe poi definiti "disertori in avanti"), veniva fermato da diversi gruppi di Bersaglieri. Seppure avessero avuto l'ordine di fermare la colonna, questi invece decisero di unircisi.

 

Stesso avvenimento accadde alle porte della città, celebre la frase del comandante del corpo d'occupazione interalleato Generale Vittorio Emanuele Pittaluga:

 

"Non io farò spargere sangue italiano, né sarò causa di una lotta fratricida...Viva Fiume Italiana".

 

Così il 12 settembre 1919 D'Annunzio entrava trionfalmente a Fiume accolto dalla popolazione italiana e prendeva possesso del Governatorato della Città, da dove non perdeva tempo, nella concitazione più totale, all'ufficiale proclama di annessione al Regno d'Italia:

 

"Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della Libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo Amore: e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione... Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d'Italia proclamando l'annessione di Fiume"

 

 

 L'entusiasmo della popolazione lasciava di stucco i contingenti francesi e inglesi, che lasciarono la città mentre nel suo porto attraccava la nave "Cortellazzo" della Regia Marina, unendosi ai legionari.

 

Il precipitare degli eventi portava il nuovo Primo Ministro Francesco Saverio Nitti a nominare commissario speciale per sedare la rivolta il Generale Pietro Badoglio, che iniziò ad intraprendere lunghi negoziati destinati solo al fallimento, accresciuto dalla diserzione di altri gruppi di Bersaglieri cui aveva ordinato l'assedio della città, cosa che lo portò alle dimissioni, poi respinte.

 

Ma la presenza di Badoglio non bastava a fermare l'iniziativa vivace del poeta soldato, che negli stessi giorni si recava a Zara sulla nave "Nullo", insieme anche al Capitano Luigi Rizzo, già eroe dell'Impresa di Premuda.

 

In quest'altra città dalmata veniva accolto dall'Ammiraglio Enrico Millo, governatore militare, che gli assicurava la propria determinazione a non lasciare la Dalmazia finchè questa non fosse stata definitivamente assegnata all'Italia.

 

 

 

Allo pericoloso stallo che seguì, D'Annunzio rispose con un rilancio politico dell'esperienza che stava intraprendendo ed il 12 agosto 1920, di fronte all'inaspirsi delle relazioni col governo, proclamava solennemente la Reggenza Italiana del Carnaro.

 

Poco dopo, l'8 settembre, ad un anno dalla marcia iniziale, veniva promulgata la Carta del Carnaro, arditissima costituzione di quello stato libero che aveva preso forma nella città e ricca di contenuti anche molto innovativi per l'epoca, redatta da Alceste de Ambris.

 

 

 

Il sogno venne però infranto dal Trattato di Rapallo, sottoscritto il 12 novembre 1920, con cui il governo italiano si impegnava a rispettare l'indipendenza dello Stato Libero di Fiume sancito dagli scritti della pace.

 

D'Annunzio, rifiutando di accettarne i contenuti, incontrava le ire del nuovo commissario speciale Generale Enrico Caviglia, che ultimava la resa al governo della reggenza. Dopo l'ultimo rifiuto, alla vigilia di Natale la città veniva cinta d'assedio, e l'attacco veniva infine sferrato in quello che il Vate avrebbe poi chiamato Natale di Sangue, con diversi caduti da ambe le parti.

 

In quelle giornate, l'incrociatore "Andrea Doria" sferrava un colpo che finiva direttamente all'interno dell'ufficio di D'Annunzio, rimasto illeso. Il soldato poeta decideva così di consegnare le dimissioni girandone il messaggio al Sindaco, Riccardo Gigante:

 

"Io rassegno nelle mani del Podestà e del Popolo di Fiume i poteri che mi furono conferiti il 12 settembre 1919 e poi il 9 settembre 1920. Io lascio il Popolo di Fiume arbitro unico della propria sorte, nella sua piena coscienza e nella sua piena volontà... Attendo che il popolo di Fiume mi chieda di uscire dalla città, dove non venni se non per la sua salute. Ne uscirò per la sua salute. E gli lascerò in custodia i miei morti, il mio dolore, la mia vittoria"

 

Pochi giorni dopo firmava la resa, lasciando poi per ultimo la città.

 

 

 

I tumulti italiani comunque non cessarono ma l'ultima redenzione di Fiume arrivò solo anni dopo, con il Trattato di Roma del 27 gennaio 1924, con cui lo stato libero si dissolse per l'ingresso nel Regno d'Italia.

 

Nominato Senatore del Regno un anno prima dal Re, Antonio Grossich avrebbe quindi ricambiato la cortesia consegnando lui, simbolicamente, le Chiavi della Città di Fiume a Re Vittorio Emanuele III, giunto in visita il 16 marzo nella Fiume ormai Redenta, la cui storia sarebbe stata poi turbata dagli avvenimenti successivi e dalla prossima guerra, ma noi la vogliamo ricordare così:

 

 

 

 

 

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