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17 dicembre 2017: il Re Vittorio Emanuele III rientra in Italia, ma non al Pantheon

December 17, 2017

Il Re d'Italia Vittorio Emanuele III, marito della Regina Elena del Montenegro, è oggi finalmente rientrato, dopo 71 anni di esilio, all'interno dei confini d'Italia da Alessandria d'Egitto, in Egitto, dov'era sepolto da 70 anni.

 Vittorio Emanuele III, nato Vittorio Emanuele Principe di Napoli e non Principe del Piemonte, quale titolo dell'Erede al Trono Italiano per sottolineare il compimento dell'Unità Nazionale, salì al trono come III Re d'Italia dopo l'assassinio del padre, il Re Umberto I, avvenuto a Monza nel 1900.

 

Sin dai primi anni di regno questi si dimostrò un compito difficile, dovendo affrontare già solo nel 1908 quella che si rivelerà la più grave catastrofe naturale europea che l'uomo ricordi, con vittime accertate tra i 90.000 e i 120.000 individui; il terremoto di Messina. In questa occasione, insieme alla moglie Elena, si distinse personalmente nel prodigarsi nell'aiuto della popolazione civile. Questo, insieme alla svolta politica in senso di protezione sociale concessa dal sovrano che vide il suffragio universale maschile instaurarsi nel 1912, contribuì a lasciare sul Sovrano l'appellativo di Re Socialista e, similmente, per il suo supporto a Giovanni Giolitti, Re Borghese.

 

Ma le sue azioni in una storia difficoltosa non si fermarono a questo, ed anzi, si confermarono nella sua condotta durante la Grande Guerra contro gli Imperi Centrali di Austria-Ungheria e Germania: dal 1915 al 1918, quando poteva comodamente seguire la guerra dal Quirinale, trascorse la maggior parte del suo tempo al fronte, in trincea, con i soldati, e, come ricordò in occasione del referendum istituzionale del 1946 il Tenente-Colonnello della Brigata Sassari Sardus Fontana: "il Re Soldato Vittorio Emanuele III, nella Grande Guerra, aveva consumato coi fanti della "Sassari" il rancio non ottimo nè abbondante", facendo uso dell'appellativo che dal 1915 seguì per sempre il Sovrano: Re Soldato. Dopo la Disfatta di Caporetto, quando tutto sembrava perduto, Vittorio Emanuele III, alla Conferenza di Peschiera, con la sua inamovibile fiducia nei confronti dei militi del Regio Esercito, riuscì a convincere non solo i delegati dei paesi alleati ma anche i suoi stessi ministri, che ponendo la difesa sul Piave, la situazione sarebbe cambiata. Da questo momento in poi verrà chiamato anche Re di Peschiera, perchè così successe, e solo un anno dopo, il 4 novembre 1918, sarà omaggiato Re Vittorioso, dopo Vittorio Veneto ed il coronamento dell'Unità Nazionale.

 

A causa della crisi economica e politica che seguì la guerra, l'Italia si ritrovò un periodo caotico di serie di agitazioni sociali, chiamato poi bienno rosso, che i deboli governi liberali dell'epoca non furono in grado di controllare: in tutta la nazione si diffuse il timore che si potesse arrivare alla tessa rivoluzione comunista che stava sovvertendo l'ordine istituzionale della Russia dello Zar Nicola II, e, quando, nel 1922, Benito Mussolini condusse la Marcia su Roma, Vittorio Emanuele III decise di non controfirmare lo Stato d'Assedio proposto dal Primo Ministro Luigi Facta con queste parole:"queste decisioni spettano soltanto a me. Dopo lo Stato D'assedio non c'è che la guerra civile. Ora qualcuno si deve sacrificare" per poi affidare a Mussolini l'incarico di formare un nuovo governo. Il terrore del sovvertimento istituzionale comunista era terminato, ma iniziava così quel periodo che si rivelerà poi dittatura fascista. La massima colpa che viene attribuita a Vittorio Emanuele III è questa ed è concreta, storica, tuttavia non deriva dalla posizione politica del Sovrano - anche la dottrina fascista era fortemente repubblicana ed antimonarchica - e la sola presenza di un Monarca in Italia porterà il Paese a non cadere nella stessa forte morsa totalitarista che invece opprimerà il popolo tedesco dopo la caduta del Presidente della Repubblica di Weimar Paul von Hindenburg e il colpo di mano di Adolf Hitler del 1934.

 

All'entrata dell'Italia nella Seconda Guerra Mondiale il Re si oppose, conscio dell'impreparazione militare italiana e avverso da sempre alle politiche della Germania Nazista: nei mesi precedenti, tramite il Ministro della Real Casa Pietro d'Acquarone, il Sovrano aveva messo in atto un tentativo di rovesciare Mussolini; la legalità formale sarebbe stata salvaguardata ottenendo un voto di sfiducia dal Gran Consiglio del Fascismo ma Ciano, che sarebbe stato chiamato a guidare il nuovo governo, rifiutò. Il piano però non venne abbandonato e, appena possibile, venne attuato: il 25 luglio 1943 infatti il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò Mussolini e poco dopo, a Villa Savoia, il "Duce" venne posto agli arresti dopo un freddo colloquio con il Re.

 

Il 3 settembre dello stesso anno fu firmato l'Armistizio di Cassibile con gli Alleati, e il nuovo governo, presieduto dal Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, prese di sorpresa anche lo stesso Sovrano rendendolo pubblico l'8 settembre, fatto che contribuirà alla conquista nazifascista del Nord Italia ed al colpo di mano della Repubblica Sociale Italiana, o Repubblica di Salò, condotta da un Mussolini fantoccio nazista liberato dalle truppe tedesche, responsabile della distruzione dell'Unità Nazionale conquista nel sangue prima nel 1861, poi nel 1918.

In questa situazione, di fronte al mancato riconoscimento di Roma Città Aperta, di fronte alla Questione del Papa a Roma e dell'impossibilità di difendere incoluma la Città Eterna da un assedio, il Re, pur contrariato dal figlio, il Principe del Piemonte Umberto, decise che era necessario lasciare Roma. Così, all'alba del 9 settembre, il chilometrico convoglio reale e governativo lasciò la Capitale alla volta di una città libera sia dai fascisti come dagli alleati, nella quale sostenere la libera Sovranità dello Stato, di fatto salvandone la Continuità. La città, dopo varie peripezie, si rivelerà essere Brindisi, dalla quale il Re volle rilasciare la seguente dichiarazione: 

 

"per il supremo bene della Patria, che è stato sempre il mio primo pensiero e lo scopo della mia vita e nell'intento di evitare più gravi sofferenze e maggiori sacrifici, ho autorizzato la richiesta dell'armistizio.

Italiani,

per la salvezza della Capitale e per poter pienamente assolvere i miei doveri di Re, col Governo e con le Autorità Militari, mi sono trasferito in altro punto del Sacro e Libero Suolo Nazionale.

Italiani!

Faccio sicuro affidamento su di voi per ogni evento, come voi potete contare fino all'estremo sacrificio, sul vostro Re.

Che Iddio assista l'Italia in quest'ora grave della sua Storia".

 

Questo accaduto, che viene considerato come la seconda grave responsabilità di Vittorio Emanuele III e suo gravissimo disonore, si rivela, ad un'attenta ed oggettiva analisi, come necessario in sè: disse così lo storico Lucio Villari: "sono, in proposito, assolutamente convinto che fu la salvezza dell'Italia che il Re, il governo e parte dello Stato Maggiore abbiano evitato di essere "afferrati" dalla gendarmeria tedesca, e che il trasferimento - il termine "fuga" è, com'è noto, di matrice fascista (...) - a Brindisi gettò, con il Regno del Sud, il primo seme dello Stato democratico e antifascista, ed evitò la terra bruciata prevista, come avverrà in Germania, dagli alleati". Persino il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, affermò nel 2006: "Non perdonai la fuga del Re, anche se riconobbi che, andando al Sud, aveva in qualche maniera garantito la continuità dello Stato".

 

La unica e vera fuga italiana del periodo fu solo quella di Benito Mussolini che, in segreto - mentre il convoglio del Re era ufficiale - travestitosi con una divisa da truppa tedesca, nazista - mentre il Re si muoveva con la sua divisa del Regio Esercito, che non aveva mai tolto - cercò di scappare in Svizzera per trovare salvezza - mentre il Re non tentava di scappare dal Paese, ma si trasferiva solo in un altro punto dello stesso e col fine ultimo di rendere al Paese la sua Contintuità Statale - cosa che tra l'altro non riuscì a fare, venendo scoperto e giustiziato dai "suoi" stessi italiani.

 

Così dal 1943 il "Regno del Sud", da Brindisi, si schierò contro la Germania Nazista al fianco degli Alleati, prendendo parte attiva, con i reparti rimanenti del Regio Esercito, alla Guerra di Liberazione del Nord Italia. In questo periodo, nel 1944, la guerra portò con sè la figlia del Sovrano; la ritorsione sul Sovrano da parte di Hitler cadde sulla Principessa Reale Mafalda di Savoia, che, conscia dei rischi, stava tentando di giungere in Italia dai Balcani dove si trovava per i funerali di Boris III ma, entrata nei confini nazifascisti, venne fermata, arrestata e deportata al campo di concentramento di Buchenwald, dove morirà, e morirà dicendo queste parole agli italiani lì presenti: “sento che per me sarà difficile guarire, voi siete giovani, potete farcela…Se mai la fortuna vi aiuterà a tornare fatemi un bel regalo…salutatemi i miei figli Maurizio, Enrico, Ottone e Elisabetta. Salutatemi tutta l’Italia dalle Alpi alla Sicilia”. Nello stesso anno Vittorio Emanuele III lascerà la Luogotenenza Generale del Regno al figlio Umberto - periodo nel quale, 1945, finalmente sarà assicurato il suffragio universale femminile - per poi abdicare definitivamente in suo favore a Napoli, dove tutto era iniziato, il 9 maggio 1946, per mantenere solo il titolo di Conte di Pollenzo

 

Con questo titolo andò in esilio volontario ad Alessandria d'Egitto, ospite del Re d'Egitto Fārūq I, dove sarebbe morto, in compagnia della moglie, la Regina Elena, solo un anno dopo; il 28 dicembre 1947.

Durante il suo lungo e controverso regno, il Sovrano ha vissuto l'ultimo atto del periodo liberale italiano con il suffragio universale maschile (1912), la Prima Guerra Mondiale (1915-1918) con il compimento ultimo dell'Unità Nazionale, la Seconda Guerra Mondiale (1940-1946) e la massima espansione territoriale italiana, la massima espansione coloniale, la nascita (1922), seguita dal tracollo (1943), della dittatura fascista, la risoluzione della Questione Romana col Sommo Pontefice (1929) ed anche l'introduzione del suffragio universale femminile (1945), insomma, costituendo, sia nel bene chè nel male, una figura centrale della Storia d'Italia.

 

Ma così, come per la consorte la Regina Elena, le sue spoglie, finalmente rientrate in Italia dall'esilio egiziano, riposeranno al Santuario di Vicoforte - mausoleo che è pure storicamente lontano da quello che ha rappresentato per gli italiani la vita di Vittorio Emanuele III - , a Moldovì, in provincia di Cuneo, Piemonte, invece che nel luogo tradizionale di sepoltura dei sovrani d'Italia, il Pantheon, come sempre richiesto dalla Casa di Savoia e dai monarchici italiani sin dai tempi di Umberto II.  È una nota di mancato merito per lo Stato, che è riuscito a togliere valore e memoria anche ad  un protagonista così importante, fondamentale, per la Storia del Paese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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