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8 novembre 1917 - 8 novembre 2017: Centenario del Convegno di Peschiera

November 8, 2017

 

Il Convegno di Peschiera è stato un colloquio tra Italia, Francia e Gran Bretagna che si tenne nell'omonima città veneta, Peschiera del Garda, l'8 novembre del 1917, in conseguenza della Disfatta italiana di Caporetto


Sua Maestà il Re d'Italia, Vittorio Emanuele III, al posto di mettersi ad ascoltare il vacuo dibattito che di li a poco si sarebbe consumato nella sala del Convegno tra i ministri ed i rappresentanti del Regno d'Italia e dell'Intesa Cordiale sui fatti della Disfatta di Caporetto, da poco consumatasi, tema centrale dello stesso, prese parola lui stesso rivolgendosi ai diplomatici ed ai militari con grande decisione, dimostrando una fede incrollabile nei militari del Regio Esercito e nei destini d'Italia. Con grande precisione ed in un italiano, francese ed inglese fluidi e corretti, descrisse i movimenti di guerra su un fronte che conosceva ormai bene - in quanto era solito esporsi personalmente in molte visite alle trincee, per le quali in seguito gli venne attribuito l'epiteto di "Re Soldato" - conquistando la fiducia dei presenti, sia degli esteri, che consigliavano una ritirata fino al Mincio, cosa che avrebbe lasciato libero il campo agli austriaci per tutto il Veneto, ma così anche degli stessi ministri italiani, che erano arrivati a Peschiera del Garda persino con l'intento di discutere una possibile richiesta di tregua all'Austria-Ungheria. Le parole del Re e la sua inamovibilità convinsero i presenti che il Regio Esercito sarebbe riuscito ad assestarsi sul Piave. Così venne ordinato di non ripiegare e di tenere la linea sul fiume che verrà poi chiamato "Sacro alla Patria", per sostituire al Comando Supremo il Generale Luigi Cardona, fino a quel momento delegato, con il Generale Armando Diaz. Da questo giorno Vittorio Emanuele III verrà chiamato "Re di Peschiera" ed esattamente un anno dopo la disfatta di Caporetto, nel novembre 1918, anche "Re Vittorioso" perchè le Armate riuscirono realmente ad assestarsi sul Piave e sotto il Comando Supremo del poi nominato "Duca della Vittoria" il Generale Diaz a sfondare l'Eserito Regio e Imperiale Austro-Ungarico a Vittorio Veneto, assicurando al Regno d'Italia la Vittoria e con essa il completamento dell'Unità Nazionale.

Si propone qui un estratto di una pubblicazione del "Corriere della Sera", edita dal noto scrittore Ugo Ojetti, dell’8 novembre 1923, quando il giornalista venne invitato a scrivere in occasione  (dal suo "Cose viste", volume II, Milano, Treves, 1924, pp. 159-168).

 

" (...) S’ode tra la nebbia la tromba d’un’auto­mobile. M’affaccio sulla soglia. Un territorialone lungo lungo che avevamo spedito in piazza a comprar candele, arriva trafelato, mi mette nelle mani quattro candele, mi grida addosso "II Re, il Re!". Ed ecco la grande automobile grigia del Re. Si ferma davanti alla porta. Di sotto il mantice spunta la faccia aguzza, rosea e cordiale del Generale Cittadini. Scende più lento, il Ministro Mattioli, vestito da capitano del Genio. Scende Sua Maestà. E d’un colpo tutta la confusione, le incertezze, le impazienze, i mezzi sorrisi, le velate proteste, tutto e tutti passano ordinatamente in sottordine. II Re, il Capo d’Italia. Lui, il Montello sa dov’è. Lui sa tutto. II suo francese e il suo inglese non hanno bisogno di commenti. La sua calma e la sua fede, niente le scuote. Lassù, a capo di quel rozzo tavolone, siederà lui, finalmente, e nessun altro. Si ferma sulla soglia, sbottona il suo pastrano, ci guarda in viso a uno a uno, con quell’impercettibile scossa del capo che gli è propria, saluta quelli che riconosce, e par che li conti. Aggrotta e riapre i suoi occhi chiari come a sciogliere i muscoli della fac­cia dal gelo della corsa. Quel volto ossuto ed inciso, ecco, già lo vediamo davanti ai volti grassi e rotondi di Painlevé e di Fran­klin-Bouillon, davanti alla faccia in caucciù di Lloyd George. II Re e solo davanti a tutti, per quell’attimo, sulla soglia dell’androne basso e buio. Dice, non so a chi "Si va su" come se già conoscesse anche quella casa, lui, un Savoia, dal 30 maggio 1848 quando i piemontesi di Manno presero Peschiera agli austriaci. Orlando e Sonnino scendono le scale, vengono incontro al Re.
Quello che accadde allora, quello che disse il Re, quello che alleati e italiani, sotto la presidenza di Vittorio Emanuele Orlando, si dissero e stabilirono, io non so. Più di due ore dopo, inglesi e francesi uscirono, salirono nelle nostre belle automobili giunte da Verona, tornarono alla stazione e al treno. II Re rimase al Comando di presidio coi due ministri italiani. La loro colazione fu quella frugalissima portata da lui nella sua automobile. Dopo, quando anche Or­lando e Sonnino tornarono in treno, il tre­no riparti per Milano. Continuava a diluviare; ma tutti sembravano mutati. I fran­cesi ci dicevano "C’est un Roi" con l’aria di repubblicani che se ne intendono: un’aria che assomiglia a quella con cui gli scapoli guardano la moglie degli altri. II Barone Sonnino, con noi italiani, s’era fatto loquace. Cercava, com’era la sua abitudine, l’espressione concisa e l’immagine esatta an­che per definire il rovescio di Caporetto, lo stato dell’Esercito, l’animo delle truppe. Citava Voltaire "Quand les hommes s’at-troupent, les oreilles s’allongent" e aggiungeva "L’Esercito oggi e come una macchina smontata, i pezzi ci sono tutti, mancano le viti. Diaz le ritroverà". Proprio in quell’ora il Generale Cadorna cedeva il Comando Supremo al Generale Diaz (...)".  

 

 

 

 

 

 

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